mercoledì 21 giugno 2017

Brutte notizie, il celebre rapper Godo non suonerà alla Festa de San Piero, la data del suo ‘No tourist information tour 2017’ è stata annullata.




TURISTA (I cuore Godo)

(cantato)
Apro il vetro alla mattina
sei già giù a fotografare
ti ci trovo anche in cantina
come un topo a rosicchiare
e anche il trolley che cammina
sembra un topo a grattare

se poi ti sparo in testa acqua e varechina
non ti lamentare
se poi ti faccio ripulire dai rom
non ti disperare
intanto paga 7 e 50 il battello
e va in q da to…

(parlato)
…stop stop stop…ehilà sorelle…ecco il vostro Godo in grande spolvero stasera…siete pronte…vai Krybbio attacca con la base…

(rap)
Esco
penso che sia fresco
ma appena sul battello
mi infilzi con l’ombrello
mi fai perdere il cappello
ma che ca*** di posto vuoi?
questo o quello?
..bello…
dice la tua donna col culone sopra al
barcarizzo
…smamma…
gli fa eco il marinaio chioggiotto
‘se no schizzo’

(ritornello cantato)
Come dice il tuo master Godo
stasera me la prendo secca
domani brodo
E sei invece mi accontento di una leggerina
50 grammi sì
ma di minestrina

(rap)
Dai retta a tuo fratello
a poppa vedi meglio
prendi quel bagaglio
prima che ti taglio
e sfiata verso sud che sai di aglio
…. io non c’ho un pugno fra’
ma un maglio
…io se ti schiaccio un dito bro’
sorrido ebete
allargo braccia
‘Fatto per sbaglio’.

(parlato)
Ehi raga siamo appena in vaporetto e questo pezzo spacca già che è una meraviglia…vai Krybbio velocizza la traccia…Godo il rapper from Istesion In De Laidizz…yeahhh…

(rap)
Foresto
turista maldestro
questa città ti sarà da capestro
te ritroverai stoppato sotto canestro
cesto
guasto
tu pensi tutto onesto
ma finirai in pasto
a delinquenti che ad ogni costo
vorranno ficcartelo
in quel posto

Sosto
con la macchina a San Giuliano
la ritrovi a Coriano
tanto i tossici sono qui sottomano
in campo San Salvador
a cantare Maria Salvador
e a farti firmare
contro la droga
il male da estirpare
…ma non ti chiedi?...
…eh ma?….ma non ti chiedi?...eh ma?

(Parlato)
Ma è imbecille lui…cosa mai vuoi che si chieda?

(rap)
Ma non ti chiedi come questi ragazzi
tritati
flippati
stralunati
sappiano parlare tutte le lingue del mondo
marinai girotondo
e ti stanno intorno
la firma di propongo
e poi ti mostro il conto
un contributo per salvarci dalla neuro
….sì dai….
almeno 20 euro

(ritornello cantato)
Come dice il tuo master Godo
stasera me la prendo secca
domani brodo
E sei invece mi accontento di una leggerina
50 grammi sì
ma di minestrina

(rap)
Tu mordi e poi fuggi
le nostre sono calli
mica caruggi
hai sbagliato indirizzo
qui non c’è bon ton
il pane non c’è più Carlon
ma solo Rizzo
Vai in giro senza maglietta
macché ti credi sia Venezia?
arte da spiaggetta?
forse lo fai per mostrare i tatoo
statti calmino
Winnie de Pooh
Dai retta a Godo
rifai il ponte
quello con le auto dai
c’è su a Belluno un bel monte
sai
vai a ragliare lì
okkey?
Dai retta a Godo
che è un mito
e gioca a basket anche in infradito
Dai retta a Godo
che è il tuo bardo
e le sneakers se le prende dal sua fra’
Pero Gottardo

Fattene una ragione
questa città non ti vuole
ti spreme e non se ne duole
come pietre calpestate dalle suole
Suore
quelle tienitele per te
io le turiste le voglio sole
ci imboschiamo tra le aiuole
e niente blà blà
Rialto bridge o piazza roommmà
Con Godo si passano due belle
orette
Godo fa tutto ciò che
si promette
E dopo i bagordi
tra campi e callette
si fanno il tatoo
‘I cuore Godo’
sulle tette.

(ritornello cantato)
Come dice il tuo master Godo
stasera me la prendo secca
domani brodo
E sei invece mi accontento di una leggerina
50 grammi sì
ma di minestrina.

(ripetere il ritornello fino a quando staccano la corrente)

lunedì 19 giugno 2017

Sono una goccia d’acqua. Anzi, per essere precisi, sono una goccia di pioggia. Anzi, per essere più precisi, sarò una goccia di pioggia appena inizierà a piovere. Per ora me ne sto su questa nuvola, una nuvola come se ne vedono tante, uguale a tante…come del resto io sono una goccia d’acqua uguale a mille altre, ‘uguali come due gocce d’acqua’ appunto. Questa nuvola se ne va a spasso per il cielo, se ne va senza fretta perché quassù spira una brezza appena percettibile. Prima o poi dovrà decidersi, da qualche parte dovrà pure fermarsi e svuotarsi del suo carico, noi appunto.
Lo so bene io, infatti non è, o meglio, non sarà la prima volta che pioverò quando verrà il momento. Ogni volta la stessa storia, si piove, poi pian piano il sole ci ripesca su come vapore e, una volta in quota, torniamo gocce. Io però non sono mai piovuta in città, sempre tra le montagne o i boschi e, a dir la verità, se avessi le tasche le avrei piene.
Oggi stiamo sorvolando una città, non c’è alcun dubbio, le case, le strade si estendono a vista d’occhio pur da quassù, non può trattarsi di un villaggio. Purtroppo siamo a metà luglio e vedo improbabile un rovescio, anche fosse il classico temporale estivo. Io però non voglio arrendermi, non ho nessuna intenzione di aspettare. Ora mi scrollo, sgomito, mi divincolo e vediamo di uscirne. ‘Ferma, che fai?’  le altre gocce, le ho svegliate poverine, buone brave ordinate loro, noiose come sempre. Stan lì ad aspettare l’ordine, ‘Guai a prendere iniziative’ dicono loro, ma io questo giro decido per me.
Ecco fatto, sono finalmente in volo. Che splendida sensazione! Cado e volteggio, sicuramente mi girerebbe la testa se ne avessi una.
Nel frattempo la città sotto di me si è ingrandita, ora distinguo i tetti, i camini, le antenne, se una folata improvvisa non varia la traiettoria dovrei atterrare su quel palazzo d’angolo, un palazzone direi.
Tin-tum atterrata. Già, atterraggio in due tempi, prima di essermi fermata su questa tegola sbrecciata, devo esser rimbalzata su qualcosa. Sì, avevo ragione, sono rimbalzata su qualcosa, e quel qualcosa è un gabbiano che, stupito, si sta asciugando l’occhio mentre mi guarda storto. Meglio che scivoli via prima che quell’uccello mi beva: anche le gocce d’acqua, come tutto, possono morire.
Mi nascondo tra le tegole, raggiungo la gronda e scivolo per il pluviale. A metà strada trovo un passaggio, raggiungo una finestra, il vetro è rotto e son dentro una cucina, o quel che ne resta. Desolazione. Deve essere un palazzo abbandonato, muri scrostati, porte divelte, qualche sedia in frantumi: se avessi un naso sicuramente sentirei la puzza. Provo a cambiare stanza ma il risultato non cambia: immondizie, ragnatele, polvere, sicuramente troverò qualche siringa e qualche preservativo usato.
Nella stanza d’angolo c’è un uomo, o quel che resta. Sta seduto per terra, le ginocchia contro il petto e le braccia a cingerle. È nudo, ha i capelli lunghi, di un giallo tendente al cenere. Mi dà la sensazione che si trovi qui da un’eternità, che vi si sia rintanato, forse è fuggito da qualcuno o da se stesso, che è uguale. Mi figuro che sia arrivato qui giovanissimo, e mentre il tempo passava i capelli crescevano diventando prima lunghi e poi virando verso il grigio. E mentre i capelli crescevano lui dimagriva, chilo dopo chilo, tanto che i vestiti gli son scivolati via di dosso e si son fatti risucchiare dalle ore o dal rodere dei topi. Eppure non è poi così vecchio, certo l’aspetto e la sporcizia che lo segnano ne invecchiano l’aspetto, rendono la pelle grinzosa, secca, priva di tono muscolare, ma non mi inganna, non arriva ai cinquanta.
Un pazzo, un tossico, un malato…no, mi pare più un uomo triste, emarginato, espulso, da tutti o da se stesso, che è uguale. Mi avvicino e scorgo la sua malattia, la sua fragilità e la sua paura. Non ho gli occhi ma vedo, come del resto non ho il cuore ma riesco a provar affetto e compassione per questo uomo.
Ad un tratto mi accorgo che mi sta fissando, sembra quasi che mi veda, non solo che veda una goccia d’acqua, ma che veda me goccia d’acqua. Si avvicina, allunga una mano e mi ritrovo sul suo palmo. Sono sbalordita, trepido tra curiosità e terrore, temo mi faccia del male.
Avvicina il palmo alla faccia, se avessi le gambe mi tremerebbero, mi fissa e mi regala un tenero sorriso. Poi ad un tratto un frastuono giù in strada cattura la sua attenzione e, come si fosse improvvisamente risvegliato da uno stato di incoscienza, percepisco il suo disorientamento e leggo apprensione sul suo volto.
Si guarda attorno, si massaggia il mento quasi che a strofinare ne potesse uscire un’idea, la soluzione a ciò che lo sta angustiando.  
Ecco, l’idea è venuta, il piano delineato. Raccoglie tutta la forza per muoversi su quelle gambe gracili, da fenicottero, muove a fatica mezzo passo, quel che basta, allunga fuori della finestra la mano su cui sono posata e apre il palmo verso il cielo.
Ma che fa?! Così il sole mi troverà e mi porterà via, evaporerò. Mi sta cacciando, allora?
Man mano che il calore mi strappa dalla sua mano e questa di conseguenza si asciuga, vedo dipingersi la gioia sul volto di quell’uomo triste che sembra tornato improvvisamente felice.
Solo quando sento il primo botto capisco, capisco che mi ha voluto salvare.
Ormai sto salendo verso una nuova nuvola e non posso più fare niente, ma alla fin fine nemmeno fossi restata lì avrei potuto fare qualcosa.
Mentre mi allontano dal palazzo mi rincorrono i boati, i colpi della gigantesca palla di ferro che sta infierendo contro quei vecchi ed inutili muri. In meno di mezzora sfascerà l’intera facciata nord, i calcinacci si mescoleranno a quelle ossa e alla poca carne che le ricopre, il rosso dei mattoni coprirà il delitto, confondendo alla vista ogni goccia di sangue.
Nell’arco di mezzora della stanza d’angolo e di quell’uomo non rimarrà nemmeno il ricordo, io nel frattempo tornerò ad essere nuvola e a sperare che domani piova.   

mercoledì 31 maggio 2017

the 'blue whale' way by Ex Terrestre

1. inciditi un Gotto sul braccio con un rasoio ‘bic monolama’. Se non sai disegnare un Gotto puoi optare per il più semplice Flute, ma in questo caso devi un poco punirti. Quindi individua uno spigolo e sbattici il mellino (nel caso tu non fossi solo un potenziale suicida ma anche un povero ignorante, sappi che il ‘mellino’ è il mignolo del piede). Ricordati che l’urto deve essere quanto più ‘involontario’ e ‘inaspettato’ possibile.
Se in coscienza ritieni di non esser riuscito a fare nemmeno questo, cambia gioco, scegli di vivere e ‘fatte ‘na domanda’.

2. dopo esserti inciso il Gotto (o il Flute) prendi coscienza che hai fatto una cazzata. Ti sei fatto male, è vero, ma sei ben lontano dal tuo scopo che, come ricorderai, è ammazzarti.

3. presa coscienza che incidersi è inessenziale al gioco, buttati sulle ferite un po’ di acqua e sale così, nel bruciore, ti ricorderai meglio della cazzata che hai appena fatto.

4. ora esci di casa, indossa una camicia a maniche lunghe (ché alla tua età è poco dignitoso mostrarsi in giro con le incisioni da teenager), e fiondati nel primo bar dove potrai finalmente iniziare la tua opera di autodistruzione.

5. ti ci son voluti ben cinque punti prima di iniziare, quindi per penitenza ingoiane 5 al bitter. Dopo il terzo evita l’oliva, ché se inizi ad esser mentalmente torbido rischi che ti vada per traverso e termini il gioco ancora prima di cominciare.

6. ora esci dal locale, cacciati le cuffiette nelle orecchie e sparati Gigi D’Alessio a palla.

7. entra nel primo bar cinese ed ordina ‘un rosso della casa a temperatura ambiente’. Se la vescica reclama, stringi i denti ed ordina un altro rosso come il precedente. Questa volta l’ordinazione devi farla nel tuo dialetto, ma se conosci il barese è meglio. Ora attento, fino a quando non ti ritroverai il bicchiere nuovamente riempito, canticchia ‘psssss, glu-glù, psssss, glu-glù’ in un tono allegro e udibile ai presenti.

8. esci di nuovo in strada e riattacca Gigi D’Alessio. Malgrado la pipì impellente, qualche conato di vomito e Gigi che piagnucola disperato, muoviti svelto verso il primo pub cantando ‘perdere l’amore’. Accompagna le note lunghe con l’estensione del braccio, il pugno chiuso e lo sguardo contrito.

9. se sei arrivato al pub rispettando il punto sopra, puoi liberare la vescica e concederti una pinta di Guinness seguita, a stretto giro, da un whisky barricato.
Se invece non sei riuscito a rispettare tutte le condizioni (trattenere la pipì, non vomitare, cantare ‘perdere l’amore’ malgrado Gigi a scalpellarti il cervello) fermati da qualche parte e, sempre con il fidato bic monolama, inciditi sulla gamba: ‘prometto che non mi inciderò mai più’.

10. Bene. Il punto 9, a prescindere da quale opzione hai seguito, ha rappresentato un punto di svolta: ora sei finalmente pronto per affrontare la serata. Parti con un paio di spritz, poi passa ai cubini avendo cura, però, di intervallarli con una birretta ogni due.

11 un’ora dopo esci dal locale in cui ti trovi (almeno che non sia il carcere o l’ospedale, dove è notoriamente difficile agire secondo la propria volontà) e urla ‘io non sono una balena’. Se ti fa sentire bene, urla lo slogan anche più e più volte. Bada bene di scandire chiaramente le parole ed evitare di ricorrere al dialetto. Evita in ogni modo, insomma, che vi possano essere dei fraintendimenti. Questo ti sarà d’aiuto soprattutto nel caso ti accada di incappare nelle guardie (come noto tra carcere e ospedale è preferibile il secondo).

12. Se sei arrivato vivo fino a qua innanzitutto vuol dire che non sei passato per campo S. Margherita, dove uno che ti pesta a morte per un’inezia lo trovi sempre. Ora tornate a casa e dormi un paio d’ore di modo da recuperare un po’ di energie in vista di una nuova partita. Prima di addormentarti esercitati su una bistecca ad incidere il Gotto, perché è vero che va bene anche il Flute, però non è poi che con il Flute sia una vittoria vera vera.

Se invece non sei arrivato a leggere questo punto 12, mi sa che hai concluso con successo il gioco. Come già sapevi, però, in questo caso non potrai esser qui a festeggiare.

martedì 23 maggio 2017

Sono il Cavaliere nell’Ombra
se passi di qui stanotte
t’infilzo.

Sono il Cavaliere nell’Ombra
con la spada pronto a sguainare
e il dardo sempre appuntito.

Di giorno tra vicoli e folla
come un viandante qualunque
ma appena il giallo si fa rosso
eccomi alla cascata
a lucidar la mia lama

Scocca l’ora delle tenebre
si spegne anche l’ultimo lumino
mi zittisco nel buio
e aspetto te



[Macché, nessun ritorno alla poesia cavalleresca! Sesso, si parla semplicemente di sesso!]

venerdì 12 maggio 2017

Memorie dal 2200 o giù di lì_4

Quando l’alieno sbarcò dall’astronave le reazioni furono le più disparate. Gli scettici, sempre i primi a parlare, dissero che era la solita pagliacciata americana, un po’ come lo sbarco sulla luna. Vennero messi a tacere nel giro di due giorni, appena fu evidente che non si trattava di una burla.
Gli scienziati, per parte loro, si accalcarono davanti all’astronave con taccuini pieni di domande e strumenti sofisticatissimi per eseguire analisi di ogni genere. I politici come sempre si divisero, ci furono quelli diffidenti che temevano una guerra galattica, quelli che al contrario videro finalmente la possibilità di una pace duratura sulla terra e nello spazio tutto, ed infine i soliti che si scervellavano per trovare il modo di ricavarci qualche soldo.
In forte imbarazzo si trovarono le religioni. Di fatto nessuna contemplava la vita extraterrestre. La terra aveva l’esclusiva nella volontà di Dio, come del resto l’uomo (il terrestre), che addirittura per qualcuna era fatto a somiglianza di Dio. Concetti come ‘terra promessa’ ed ‘eden’ non avevano più senso, per non dire dell’invenzione della vita, del ‘peccato originale’ e la questione degli ‘eletti’. Qualcuno sbeffeggiò le teologie tacciandole di ‘provincialismo cosmico’, se non addirittura di ‘campanilismo universale’.
Certo, c’era sempre la possibilità di far dell’alieno un messia, ma con quegli occhioni giganteschi e il corpo da rettile risultava poco appetibile, e di conseguenza scarsamente vendibile.
Ognuno, ogni categoria, aveva i suoi pensieri e faceva i suoi calcoli, ma quando risultò chiaro che l’alieno non aveva intenzioni bellicose, né tantomeno vi era nell’aria l’eventualità di un’invasione di massa (terrore fisso dei soliti populisti), in tanti presero a credere seriamente in un nuovo inizio.
Per gli scienziati si trattava di nuove opportunità di studio, di evoluzione, ecc; per tanti giovani l’opportunità di un mondo più giusto, felice e pacifico; per le religioni il tempo di reiventarsi o di declassarsi a mito arcaico.
L’alieno aveva dichiarato di non esser giunto sulla Terra per conquistare il pianeta e assoggettare i suoi abitanti, ma per testimoniare una nuova positività. Nel perseguire tale fine non utilizzava nessuna delle tecniche tradizionali di divulgazione veloce, quelle basate sul ‘do ut des’ (dare per avere) come il pane in cambio di fede o il paradiso in cambio dell’uccisione degli infedeli. L’alieno ‘evangelizzava’ (si passi il termine) usando la forza della mente, uno strumento sofisticatissimo con il quale manipolava il cervello dei terrestri, chiaramente senza che loro ne fossero consapevoli. La manipolazione non aveva effetto su tutti, però, funzionava per lo più con quelli che ci mettevano del loro, che si sforzavano di credere e seguire l’alieno. La partecipazione attiva, il darsi, rendeva più efficace l’azione di reclutamento. È vero, qualcosa di già visto, il lavaggio del cervello per l’appunto, ma con una tecnica più moderna, non più parole, gesti, riti, comunità, ma un’influenza esercitata attraverso l’energia psichica.
Nel giro di poco tempo le religioni storiche chiusero bottega definitivamente, ma non per questo erano svanite le tensioni tra diverse visioni del mondo. Ora il mondo si divideva tra gli adepti dell’alieno, speranzosi nella nuova ‘nuova novella’, e i diffidenti, quelli che vedevano che non era cambiato nulla, che c’era sempre qualcuno che si presentava come depositario di un sapere superiore, extraterrestre (o divino come si diceva una volta), e non si limitava a proporlo (altrimenti non si capiva l’utilizzo della forza mentale) ma voleva imporlo.
Di fatto, quindi, si era inventata una nuova religione, senza riti ma con i suoi discepoli, e la voglia di conoscere fu soppiantata dal credere di sapere. Perfino gli scienziati, i primi ad essersi entusiasmati dell’extraterrestre, vedendo confermate le loro ipotesi di altre forme di vita nell’universo, si sentirono truffati. Certo, l’alieno veniva da una società scientificamente e tecnicamente progredita, capace di viaggiare nello spazio e di utilizzare la forza della mente, ma nei fini sembrava tanto uguale a quella terrestre.
Gli scienziati, però, non erano che una minoranza poco rappresentativa, un’elite chiusa, che spesso parlava di cose incomprensibili alla maggioranza. I più, invece, seguivano entusiasti e orgogliosi l’alieno, sentendosi in questo modo non solo parte di un Tutto, ma partecipi di un sapere superiore e quindi, in qualche modo, potenti.
Lo seguivano ciecamente, come un buon gregge il suo pastore, almeno fino a quando non giunse sulla terra un altro extraterrestre (occhi minuscoli e secco come un bamboo) che, da quel che si era capito, portava un messaggio più entusiasmante e convincente del suo predecessore…



venerdì 31 marzo 2017

E quando quelle dannate bombe
scoppiarono
(...uccidendo solo le cose
e il solito innocente...)
un fumo grigio di menta e Paura
avvolse l'Isola
costringendo la gente altrove

Così la città
(...già mezza affondata in quell'acqua melmosa
salatissima come i prezzi...)
dovette reinventarsi
e tornò ad essere una Città
commmuovendo quegl'ultimi quattro gatti
superstiti

Allora qualcuno
timido e circospetto
(...per paura di essere frainteso o tacciato
di favoreggiamento...)
si ricordò
si ricordò di quel passato a commerciare broccati
e cultura con l'Oriente
e parlò di Yang
del po' di buono che c'è dentro
il male

giovedì 23 marzo 2017

IL GIOCO DELLA BOTTIGLIA

Non ho mai baciato nessuno
…non in assoluto s’intende
ma durante il gioco della bottiglia

Non ho mai saputo aspettare
attendere non figura tra le mie virtù
nemmeno l’impulsività se è per questo
per non dire la coerenza
come pare evidente

Fin dal primo roteare della bottiglia
l’occhio brillava
e ad ogni giro la tensione saliva
saliva
saliva gonfiandomi le vene e pulsandomi nelle tempie
saliva fino a risultare incontenibile
irrefrenabile
Tentavo di dominarmi
aggrappato alla buona educazione
al ‘comportati bene/certo mamma’
ma niente
sempre lo stesso epilogo
un bel fancutto
e via
prendevo la bottiglia
…più che prendere
rubavo, accalappiavo, arraffavo quella benedetta bottiglia
e mi chiudevo nello sgabuzzino
o nel bagno
se lo sgabuzzino era occupato da qualcuno col Blitz

Me la scolavo tutta d’un fiato
la bottiglia
in un attimo il calore mi infiammava lo stomaco
accendendomi immagini di futuri coloratissimi e stravaganti…
di certo non potevo sentire le proteste oltre il legno
gli insulti al di là del buio in cui nuotavo
i colpi sulla porta
gli ‘o apri o ti uccido’
e gli ‘tanto ti uccido comunque’

Ho perso anche un amico
per colpa di quel gioco maledetto
Una sera
quando il demone mi ordinò di impadronirmi della gioia rotante
mi ritrovai nello sgabuzzino con un vuoto a rendere tra le mani
e le orecchie intasate da milioni di risate
sberleffi e pernacchi
Uscii dal covo e fracassai il vuoto contro una testa
una testa a caso
la testa del primo in cui mi imbattei
non perché mi fosse particolarmente antipatico
non perché mi stesse deridendo
(anche se mi derideva da dilettante)
ma perché è da irresponsabili
è da incivili lasciare in giro le bottiglie vuote
ci si può sbattere contro
ci si può inciampare
si possono addirittura rompere, frantumare
…come le aspettative alcooliche dei giovani
……per non dire delle teste dei passanti.

Non fu per questo che persi l’amico
però
mi perdonò quel matto
‘suvvia non è niente’
e ‘qua la mano, amici come prima’.
Purtroppo per l’emozione commise un azzardo
dal letto d’ospedale
da dentro la sua testa fasciata
mi confessò che partecipava al gioco
con la speranza di venir estratto assieme a me:
mi trovava affascinante e simpatico
e insomma capivo, no?

Sorrisi
più compiaciuto che imbarazzato
dissi ‘grazie’
‘è bello ricevere complimenti’
poi gli ruppi la flebo sulla fronte

e non lo rividi più.

venerdì 16 dicembre 2016

Aspettando Natale...tratto da 'Briciole di terraferma'

“A Natale siamo tutti più buoni” aveva detto il biondo mentre spaccava la bottiglia in testa ad Armando.
“Hai proprio ragione” aveva chiosato l’altro, quello pelato, mentre il suo anfibio squassava la bocca di Flavio. I due barboni non avevano avuto il tempo né di capire cosa stesse succedendo né, tantomeno, di difendersi. Di certo non potevano immaginare di subire un’aggressione, tanto più l’antivigilia di Natale, alle cinque del pomeriggio, in pieno centro tra l’altro.
Riuscirono comunque a sentire, mentre il sangue si mischiava al dolore, la voce di Nello che urlava “Bastardi vi ammazzo!”. Nello stava raggiungendo il ‘loro angolo’, come chiamavano quell’incrocio tra via Cavallotti e via delle Bagasce, in mano aveva un paio di cartoni di vino rosso ‘primo prezzo’, quello nel tetrapak giallo, quando aveva visto partire l’assurdo attacco. Malgrado i sessant’anni aveva ancora un discreto fisico e non ci pensò due volte a correre in aiuto di compari. Fu un inutile atto di coraggio (o disperazione), i due ragazzi gli assestarono una confusa ma efficace gragnola di pugni e pedate lasciandolo esanime sul selciato. Non paghi, continuarono ad infierire sul suo corpo anche dopo che ebbe perso i sensi.
Terminato il raid, i due balordi si allontanarono a gambe levate scomparendo tra le vie che portano al Piraghetto, sicuri che raggiungere il parco avrebbe significato impunità. Non avevano certo intenzione di farsi acciuffare da una pattuglia e passare il capodanno ai domiciliari.
Qualche minuto più tardi passarono di là due distinti vecchietti, marito e moglie, camminavano a braccetto con il pandoro nella busta della Coop.
“Guarda che roba” si spaventò lei.
“Devono essersele date di santa ragione quei tre” commentò lui.
“Franco fa qualcosa, chiama un’ambulanza”
“Su su, andiamo” la tirò innanzi lui.
“Ma non possiamo fare finta di niente”.
“Certo che possiamo, non sono affari nostri. E poi non ho mica intenzione di farmi coinvolgere in queste cose, poi arriva la polizia e ci tiene ore con domande”.
“Ma noi non abbiamo visto niente” sottolineò lei.
“Sì, vallo a dire ai carabinieri che poi ti imbambolano con mille tranelli”.
Fortunatamente un negoziante, un bengalese uscito in strada a farsi una fumata, non si era perso in ragionamenti e aveva allertato sia l’ospedale che la polizia appena era iniziato il pestaggio.
Dieci minuti più tardi il grido ferroso della sirena dell’ambulanza frantumò la serenità degli acquisti natalizi, e subito a seguire il lampeggiante colorò per qualche istante di blu le vetrine dei negozi di via delle Bagasce.
Quel ventitre dicembre segnò una data indelebile nelle vite dei tre vagabondi. Tutti contarono molti lividi e qualche escoriazione, in più Armando perse un occhio, Flavio lasciò sul terreno quattro denti e il soccorritore, Nello, una gamba, nel senso che gli ruppero una gamba in più punti: zoppo a vita. Si dice che a Natale bisogna dare, e a modo loro ognuno aveva dato.
Nessuno credette all’agguato, era più facile supporre che si fossero menati tra di loro, che ti aspetti da tre vagabondi ubriaconi? Più facile anche perché si evita di riempire verbali e avviare inutili indagini. Alla fin fine mancavano due giorni a Natale e anche i carabinieri, uomini pure loro, avevano da risolvere ben altri grattacapi: i regali.
“Un bel guaio” aveva commentato quella sera il capitano Benetti allo spaccio della caserma, “devo ancora comprare il regalo a mia moglie e sono di turno anche domani mattina”.
“Vabbe’ capitano” l’aveva rincuorato, ruffiano, l’agente scelto Guarino, nativo di Treviso ma militare, cioè terrone, di carattere, “vorrà dire che domani pattuglieremo l’Auchan, così potrà terminare senza angoscia gli acquisti”.
“Bravo Guarino” lodò Benetti, “mi piacciono le persone che hanno idee” e risero, il capitano di gusto, Guarino compiacente.  “Però, capitano, c’è un problemino da risolvere prima” arrivò al dunque Guarino, “domani dovremo avviare le indagini per l’aggressione subita da quei barboni…anche se pare chiaro che si siano azzuffati tra loro, probabilmente per quei cartoni di vino che abbiamo recuperato poco distante dal luogo della violenza…comunque mi dica lei, sentiamo i negozianti della zona o archiviamo?”. Il capitano si immaginò la vigilia di Natale in strada (invece che al caldo dell’Auchan a cercare il regalo per la moglie) a raccogliere deposizioni tra i negozianti della zona. Fu sicuramente il pensiero del fastidio che avrebbero arrecato ai commercianti in quell’ultimo giorno di acquisti a convincerlo definitivamente: “Archiviamo, archiviamo” decise il capitano con buona pace per tutti.
Qualche giorno più tardi i tre furono dimessi, l’ospedale si preparava ad accogliere i feriti di capodanno e bisognava liberare i letti. Al solito angolo di via Cavallotti, lì dove avevano subito la violenza, i tre amici si dividevano un cartone di Tavernello.
“In fin dei conti non è stato un gran male quello che ci è accaduto” commentò il pragmatico Armando, “abbiamo passato vigilia e Natale in ospedale, al caldo, nutriti e accuditi”.
“Ma sei ammattito!?” lo aggredì Nello, “preferivo starmene al gelo ma tutto intero, tra l’altro avevo un appuntamento per la vigilia”.
“Sììì” lo punzecchiò Flavio, “eri invitato a cena da una delle tue misteriose amanti, immagino”.
“Non a cena, ma comunque avevo un appuntamento, sì, con una signora”.
“Una di quelle di cui ci racconti le acrobazie erotiche e che non abbiamo mai visto, immagino” insistette Flavio ghignando tra i denti.
“Ridi ridi, non crederci se non vuoi, a me non interessa”.
“Su su buoni” intervenne Armando, era il più anziano e si sentiva in dovere di fare da mamma ai due sessantenni. “Beviamoci questo litro e poi a nanna, stanotte farà freddo visto che ha smesso di nevicare”.
Se di quella maledetta esperienza Armando e Flavio cercavano di ricordare il lato positivo, ossia i due giorni all’Hotel Ospedale all’Angelo serviti e riveriti, Nello invece reagiva con rabbia. Non solo per l’appuntamento mancato e il danno permanente alla gamba, non accettava il fatto di averle prese dai due bulli, lui che in gioventù era stato un pugile promettente, l'orgoglio della palestra di Carpenedo, almeno fino alla scoperta dell’alcool.

Chi combatte ogni giorno per sopravvivere, sa che il suo stare seduto su un cartone non è un non far niente, ma è parte della lotta. Così, in quella che ai più sembra inedia, giunse un nuovo dicembre annunciato da un gelo di lame taglienti.
Armando aveva attraversato un altro anno della sua precaria esistenza supportato dal suo incrollabile ottimismo. La benda che portava sull’occhio perduto gli conferiva un aspetto da vecchio pirata e gli garantiva un maggior introito in elemosine. Flavio si era abituato al suo nuovo aspetto senza i denti davanti. Non si curava più della reazione schifata della gente, accettava con più difficoltà di dover rinunciare ad alcuni cibi troppo duri e sopportare il nuovo tono di voce, leggermente sibilante.
Solo Nello era decisamente cambiato, e non solo per via di quel zoppicare che lo rendeva più un disabile che un barbone. Aveva smesso il suo atteggiamento burbero e non parlava più di appuntamenti amorosi. Aveva iniziato a smettere di lottare, e non te lo puoi permettere se vivi per strada, significa condannarsi ad una morte veloce. Aveva smesso pure di parlare e quando rinunciava al silenzio, discorreva con depressa e innaturale pacatezza.
“Ciao Nello come va?” a parlare, tra lo stupore generale era stata la Ester, storica prostituta mestrina ormai a riposo. Malgrado i suoi vestiti fossero un po’ troppo stretti per contenere quei chili di troppo, i capelli fossero ormai sfilacciati e neppure il trucco sortisse miracoli, malgrado questo era ancora una donna attraente. Di virtù ne aveva anche altre, era simpatica, spiritosa con le idee chiare e tanta energia: una donna, insomma, che non sai se vuoi possedere o avere come mamma.
Quando Ester salutò Nello, i tre stavano pranzando dai Capuccini e lo stupore lì immobilizzò come succede nei film.
“Ciao Ester, non c’è male e tu?” contraccambiò Nello alzandosi rispettosamente in piedi, “Anche tu qui per un pranzo d’affari? O semplice mania dei cinque stelle” sorrise. Ester poteva contare su una casa, qualche risparmio, e molti regali da parte di vecchi clienti affezionati. Bazzicava di rado la mensa, solo nei momenti di maggior difficoltà o solitudine, in cerca di un pasto gratuito o un po’ di calore umano.
“In realtà mi sei venuto in mente tu…guarda non chiedermi come che tanto non me lo ricordo più…Comunque mi chiedevo, ti va se passiamo il capodanno assieme?”
Non fu facile per Nello nascondere il tremolio delle gambe, ma in un attimo tutto il brutto periodo svanì e tornò il Nello spacca tutto, il Nello sicuro di sé.
“Mi farebbe molto piacere, per il cenone ho un problema, però, ho perso la carta di credito e temo di non riuscire a farmene rilasciare in tempo un duplicato dalla banca”.
“Pensavo a qualcosa di semplice, a casa mia, poi aspettiamo la mezzanotte guardando Rai 1” sorrise lei.
“Magnifico, il vino lo porto io però, mi metto subito al lavoro”.
“Allora a dopodomani Nello”.
“Certo, ciao Ester” e si scambiarono due pudici baci sulle guance.
“Arrivederci Armando e anche a lei giovanotto”.
“Saluti signora” si levò il cappello Armando, mentre Flavio rispose con un cenno del capo, senza nemmeno provare a nascondere tutto il suo disprezzo.
La sera del trentuno la cena andò magnificamente. Come promesso Nello portò una bottiglia di Cabernet di discreta qualità, non robaccia del Discount, proveniente dallo scaffale di mezzo della cantina Coop. Acquistata e non rubata, tra l’altro, grazie ai soldi racimolati con le elemosine e un prestito da parte di Armando.
Attesero la mezzanotte scambiandosi ricordi di gioventù e brindarono al nuovo anno con l’ultimo goccio di rosso opportunamente conservato, mentre ascoltavano in strada gli scoppi dei mortaretti e i botti dei tappi di spumante dei vicini.
Dopo i festeggiamenti sgranocchiarono due noci sul divano vecchio e sgangherato, mentre i due corpi iniziavano ad avvicinarsi sempre di più nell’attesa del gran finale.
A questo punto un velo di tristezza scese sul volto di Nello che, suo malgrado, dovette gettare la spugna e confessare ad Ester che da anni non aveva più erezioni. Probabilmente l’abuso di alcool, o forse qualche malattia legata all’età, fatto sta che non poteva più partecipare al più bel gioco inventato da Dio.
Grazie alla solarità di Ester (e all’inaspettata bottiglia di grappa che cavò fuori dalla dispensa con tanto di nastro rosso natalizio), riuscirono a riderci sopra e continuare serenamente la festa.
“Ester ti spiace se agli amici do una versione un po’ diversa della serata?”.
“Certo che no, dacci dentro di immaginazione, se vuoi ti do qualche spunto” e i bicchieri tintinnarono ancora una volta.
“Senti Ester”, ormai la confidenza aveva abbattuto tutte le difese emotive di Nello, “posso tenerti abbracciata un po' in questa notte così speciale”.
“Certo caro, vieni qua” invitò lei lusingata e commossa. E così, dopo i festeggiamenti, il countdown, i botti e il vino, i due si addormentarono stretti in un abbraccio carico di affetto e calore umano, un gesto che fece bene ed infuse speranza ad entrambe quelle anime disgraziate.
La mattina di buon’ora Nello sgattaiolò via, le emozioni della notte sarebbero state irrimediabilmente insozzate dalla luce del sole. Scarabocchiò ‘Grazie per la splendida serata’ su un vecchio scontrino che trovò accartocciato sul tavolo, tentò di scrivere veloce e quasi distrattamente, per mascherare al meglio tutta l’affetto e la gratitudine che riponeva in quelle righe.
Quando incontrò gli amici al solito angolo non fece alcun cenno alla serata e, solo dopo le ripetute insistenze di Armando, si lasciò convincere a sputare l’osso. E così iniziò a raccontare le più strabilianti e originali acrobazie sessuali, tanto che si trovò in dovere di concludere dicendo: “Mi sa che per un po’ mi prenderò una vacanza dalle donne”.

A Nello un po’ spiace di aver mentito agli amici, ma si è giurato che è stata l’ultima volta, si è concluso un ciclo. In fondo un nuovo anno è appena iniziato e bisogna pur darsi degli obiettivi per tirare avanti, per contrastare le mille disperazioni quotidiane e non rinunciare a vivere. 
Per parte loro Armando e Flavio, visto l’ottimo risultato, mai e poi mai confesseranno di aver architettato tutto (compreso il finto incontro alla mensa) e di aver dato fondo a tutti i loro risparmi ed essersi addirittura indebitati (esiste pure qualche pazzo che presta soldi ai barboni!) pur di regalare all’amico una notte con una prostituta. Della Ester poi ci si può fidare, è proprio una brava donna, ha fatto lo sconto e di sicuro terrà la bocca chiusa.
Certo, Armando aveva faticato non poco a convincere Flavio ad aiutarlo nell’impresa, e come dargli torto visto che avrebbe dovuto rinunciare a quei quattro soldi che riusciva a racimolare umiliandosi chiedendo l’elemosina. E tutto per un falso Casanova caduto in depressione!? Ma erano amici, e nell’amicizia più che dire si fa, e Flavio sapeva bene che la loro amicizia era costantemente messa alla prova dalle innumerevoli difficoltà quotidiane. Alla fine, comunque, anche Flavio dovette riconoscere che avevano fatto una gran buona azione, e si sentì orgoglioso di aver ridato fiducia in se stesso al buon vecchio Nello.

Per una volta la verità non ha trionfato, per una volta ha vinto la felicità…forse. 

sabato 5 novembre 2016

Quel prete
prigioniero della sua castità
-rispose il ragazzino -
non trova di meglio che
accarezzare i bambini
sbaciucchiare i bambini
abbracciare i bambini
infastidire i bambini insomma
quasi fosse gratis
quasi fosse un diritto
quasi facesse loro piacere.
È un porco quel prete
non c'è che dire
-concluse il ragazzino-
solo potesse
s'inculerebbe perfino Gesù Bambino.

Alla fine dell'intervista
il radiogiornalista e lo stolto in ascolto
si stizzirono imbarazzati
non per il terribile racconto
ma perché era stato pronunciato Quel Nome
invano

martedì 14 giugno 2016

Memorie dal 2200 o giù di lì_3

Signor sindaco ci dica la sua ricetta per risolvere l’ormai secolare problema dei trasporti.
Con l’a.c.t.boh, l’ignota società di trasporto dei soliti noti, abbiamo escogitato una soluzione very british…il double decker (water)bus (‘el bateo dopio’, traduco per i sopravvissuti ospitati nella riserva di Cannaregio).
Ma con i ponti?
Il vaporetto doppio o Doppioretto verrà utilizzato solo lungo il Canal Grande e per collegare le isole.
Ci son quattro ponti però…
Non è un problema. Il ponte di Calatrava è alto sette metri, quello di Rialto sette e mezzo…degli altri due non ho trovato le altezze ma sono belli alti…dovesse servire li alzeremo o, mal che vada, li toglieremo…
Ci parli di questo innovativo vaporetto
Ci siamo ispirati al modello serie 90 dell’allora a.c.t.v. con il suo metro e novanta di altezza di costruzione, ossia di altezza dal piano di calpestio (‘coperta’, traduco per i tre marinai ancora residenti in Isola). Si pensava di ridurre l’altezza ad uno e sessanta visto che ormai il novanta per cento dei turisti sono cinesi, anzi il novanta per cento degli abitanti del Pianeta sono cinesi (‘comunisti musi gialli’, traduco per i Nostalgici). Ma alla fine terremo l’altezza uno e novanta che per due fa quattro metri…quindi ci si passa più che comodamente sotto i ponti…
E con l’acqua alta?
L’acqua alta NON ESISTE, è un concetto da inizio millennio, obsoleto, superato dalla messa in esercizio del Mose…e comunque nei giorni in cui il Mose è accidentalmente guasto (solitamente quelli pari) si possono utilizzare le nuove passarelle con tapis roulant (‘il nastro che scorre e cammina al posto tuo, come la cassa della coop’, traduco per mia nonna…anzi, visto che ci sono, ciao nonna! )…ma non divaghiamo…
Già…ci illustri le particolarità di questo nuovo mezzo di trasporto.
D’accordo…il modello base si chiamerà Copia-Incolla e prevede il piano di sopra identico a quello di sotto (chiaramente la copertura riguarderà l’intera lunghezza del battello). Una scaletta collegherà i due piani, mentre una piattaforma elevatrice consentirà anche ai disabili e alle mamme con carrozzella di accomodarsi al piano superiore. Semplice semplice, comodo comodo, utile utile. Ma non ci siamo limitati alla funzionalità, abbiamo curato anche le finiture. A tal proposito al piano superiore, davanti alla prima fila di sedili, per capirci quelli sopra la cabina di pilotaggio (‘gabina’, traduco per quelli di Cannaregio), verrà posizionato un timone giocattolo…già…un bel timone fac-simile con una doppia funzionalità: i bambini si perderanno via fino al Lido tra virate e controvirate, mentre gli adulti eviteranno di urlare “dov’è l’autista?” come accade quotidianamente a Londra.
Un secondo modello, invece, avrà il piano superiore totalmente scoperto, tipo see sighting (questo non lo so tradurre e spiegare, dico solo, per mia nonna, che non si tratta di Siesai il telefilm…ciao nonna!). Al piano superiore non solo si potrà fumare, ma sarà obbligatorio fumare (esentati minorenni e donne incinta). Questo modello verrà proposto con una balaustra non troppo alta, un chiaro invito al tuffo clandestino. Stiamo studiando con la polizia municipale (‘ghebi’, per quelli di Cannaregio) un sistema per sanzionare tempestivamente i trasgressori del divieto di balneazione… con buona pace delle casse comunali.
Entrambi i modelli saranno equipaggiati con bar al piano superiore, un punto di ristoro tra tradizione e innovazione. A riguardo sto personalmente sperimentando una bibita agile e giovane da trangugiare velocemente, giusto nel tempo di fare traghetto. Si chiamerà Trag e sarà uno shot (‘bicerin da sciada’ per quelli da Cannaregio), mezzo bitter e mezzo vino bianco (senza oliva e senza limone). Sarà disponibile anche nella versione ‘light’, ossia con l’aggiunta di un cubetto di ghiaccio.
Quindi per concludere, signor sindaco, tutte queste innovazioni nei trasporti dovrebbero dare finalmente maggior respiro alla città, con vantaggi non solo per i turisti ma anche per i pochi e sempre più accerchiati residenti.
Certo…dimenticavo una precisazione importante: chiaramente per i residenti ci sarà la corsia ‘priority’ per l’accesso al bar.


martedì 3 marzo 2015

Tratto da “Cinquanta sfumature di Pinot grigio” capitolo 5 ‘Gita fuori porta’.

“Quanto lontani ormai i tempi in cui, per sentirmi appagato, mi bastava un panino al formaggio accompagnato da un bicchiere di grappa cercando, al contempo, di non farmi strozzare dal singhiozzo. Quel che è stato è stato, ormai dal soft-maso sono approdato al maso-maso, scelta inevitabile, processo irreversibile, non si torna più indietro”.
Questi pensieri mi attraversavano la mente mentre me ne stavo comodamente seduto sul volo che in un paio d’ore mi avrebbe condotto in Irlanda. Irlanda già, buffa scelta, uno scherzo del destino. Per uno come me che cerca emozioni forti dopo aver bevuto del buon vino bianco, pare poco azzeccata l’idea di andare in un Paese famoso per la birra in cerca di appagamento sessuale.   
Ma il destino è infallibile, e già la prima sera ne ebbi la prova. Scelsi un pub a caso, in Irlanda molti locali sembrano piccoli e anonimi, solo quando ci entri ti accorgi delle dimensioni e della caciara che ci abita. Appena fui dentro mi accolse un forte odore di ascelle sudate e di birra scura appena spinata, subito mi chiesi come facevo a sapere che odore avesse la birra scura appena spinata e quindi rettificai, mi accolse un forte odore di ascelle sudate e di piedi da nike senza calzetti.
Il locale era pieno all’inverosimile, sembrava avessero aperto un bar all’interno della Linea1. Un tale con più dita che denti mi si avvicinò e, vedendomi confuso, mi disse che al banco c’erano i giocatori dell’Irlanda del rugby che festeggiavano la vittoria contro l’Inghilterra. Qualcosa cominciò a prudermi, qualcosa come quel piacevole fastidio di piedi insabbiati dentro le All Star: non c’erano dubbi, si era accesa la mia eccitazione maso-maso. Uscii a prendere una boccata d’aria e ne approfittai per raggiungere la fermata dell’autobus a pochi passi dal pub. Bene, la prossima corsa era prevista da lì a dieci minuti, il tempo non mancava. Rientrai nel pub e iniziai a prendere alcuni appunti: disposizione dei tavoli, collocazione della micro band impegnata col il folk, zone con maggior concentrazione di avventori, percorso per la toilette, ecc.
Attesi che mancassero due minuti all’autobus, non aveva molto senso fare affidamento sulla puntualità dei mezzi pubblici, tuttavia dovevo darmi una meta per dar corpo al mio progetto. Giunta la famigerata ora x, a colpi di ‘eschiusmi’, calcetti sugli stinchi e gomitate tra le costole, attraversai quella muraglia di tifosi gridanti, sbavanti e traballanti fino a giungere a pochi passi dai giocatori. Puntai il più grosso, un pilone, ma chiamarlo ‘traliccio’ sarebbe stato più appropriato. Riuscii ad arrivargli vis a vis, da come mi sorrise capii che era un vero giocatore di rugby e che da molti anni praticava con successo quello sport. Sorrisi anch’io, ma in modo normale, poi assunsi l’aspetto del predatore, gettai gli occhi da falco sulla pinta che teneva in mano e, con la velocità del cobra, gliela rubai. Prima di girarmi ed iniziare la fuga ebbi il tempo di vedere il sorriso del mostro virare prima in stupore per poi tramutarsi in furore.
Con la pinta ben stretta al petto presi a correre verso l’uscita, schivai un tavolo, allontanai con il braccio un cameriere e saltai uno sgabello…che dire, eleganza e agilità in un sol uomo. Tra scarti, finte e accelerazioni la porta d’uscita si faceva sempre più grande, segno inconfondibile che mi stavo avvicinando. Pensai all’autobus, la mia meta, al fatto che fosse già passato o che fosse in ritardo…pensieri futili, sapevo non ci sarei mai arrivato. Ma intanto correvo e le mie gambe erano potenti come cingoli e leggere come ali. Dietro di me sentivo il mondo esplodere, la terra spalancarsi, i muri sbriciolarsi, gli animali fuggire: gli inseguitori non badavano a spese. “Ah” declamai, “fossi Orfeo che solo girandomi farei svanire il Mostro!” (Tanto non l’avrei fatto).
Finalmente, quando ormai stavo perdendo ogni speranza, il momento tanto atteso arrivò. Il primo colpo giunse sul fianco sinistro, di quelli che ti spezzano il fiato obbligandoti all’apnea mentre il tuo corpo viene attraversato da uno sconquasso, una scossa che ti corre impazzita in giro per il corpo nel tentativo di uscire e sfogarsi da qualche parte. Ma non trova di dove uscire e quindi ti riattraversa senza sosta in lungo e in largo. Tarantolato, centrifugato, defibrillato, bimbyzzato…spero di aver reso l’idea.
“Che goduria oooddio!!!” gridai senza fiato ma in piena estasi. Sentii altri dolori giungere da varie parti del corpo, poi furono troppi e non seppi più da che parte ascoltare. Ma tutto aveva poca importanza, si trattava di piaceri accessori, un po’ come lo sciame sismico dopo la prima scossa. Con il colpo al fianco era stato raggiunto il top, l’apice, il climax, “Probabile esplosione della milza” fantasticai emozionato come un bambino. Prima del colpo che mi fece perdere i sensi ricordo un’ultima gentilezza: un tale che a forza di calpestarmi la mano tentava di far uscire dalla mischia la pinta che ancora tenevo stretta, unica illesa in quel groviglio sanguinolento.
Mi risvegliai all’ospedale, stavo sognando di essere disteso sul tavolo d’acciaio dell’elettrauto, con il dottor Mengele  pronto a curarmi a modo suo. Appena misi a fuoco mi resi conto, non senza un po’ di fastidio, che in realtà mi trovavo in un candido letto d’ospedale. La mia cartella parlava di ‘varie’ fratture, il medico perdeva sistematicamente il conto ogni volta che arrivava a trenta e quindi, dopo il quarto tentativo, rinunciò a venirne a capo.
Passai molti giorni disteso su quel letto, l’unica consolazione al tedio dell’immobilità una gentile infermiera, credo si chiamasse Me, almeno quando le chiedevo “What’s your name?” lei rispondeva “Me?” battendosi il petto. Me, o chi fosse, non pareva molto sveglia e non era neppure carina, puzzava sempre di whisky e portava due occhialoni che pareva non giovassero alla sua vista. Comunque ci capivamo a meraviglia e mi sa che avesse una certa simpatia nei miei confronti. Ogni due  giorni veniva a farmi il prelievo del sangue e, non vedendoci bene, mi trapassava in mille punti il braccio prima di centrare la vena, facendomi godere all’inverosimile.
Poi un giorno tutto si infranse, mi ero stufato dei buchi sul braccio e volevo qualcosa di più. Tentai di convincerla a inserirmi il catetere, ma lei non ne vedeva il motivo. Lo chiesi per giorni, iniziai anche a farmi la pipì addosso, ma niente, quel che guadagnai fu solo un imbarazzante pannolone. Non mi arresi ed ogni occasione era buona per chiedere il catetere, ma nemmeno lei cedeva e continuava a ripetere che non ne avevo bisogno. Un giorno, all’ennesimo rifiuto, sbottai: “Si che ne ho bisogno, e ho bisogno che me lo infili e me lo sfili in continuazione”.
Da quel giorno non la vidi più, ma ormai anche per me era giunto il tempo di lasciare l’ospedale e rientrare in Italia.
Dall’Irlanda mi portai a casa una valigia di emozioni e una borsa di ricordi. Non solo, tornai con un bel po’ di chiodi nelle ossa e un sorriso da consumato rugbista in volto.

martedì 10 febbraio 2015

Antologia di un’Isol’affondata 9

L’uomo senza nome

Lele lo chiamava
‘L’alcoolizzato del Benedetti’
per via dell’immancabile bottiglia di rosso,
e non c’era nulla da obiettare.
Comunista tutto di un pezzo
di quelli alla Macola per intenderci
cioè immacolati e convinti,
un intellettuale insomma
che ai contenuti aggiungeva i simboli:
tascapane, sigaretta e capelli lunghi.
Misurato ma attivo
in grado di suscitare curiosità e rispetto
lo vedevi sempre con l’inseparabile compagna
una simpaticissima punk tutt’oggi sorridente.
Assieme le cantarono al rettore nel novantachissà.
Sul palco nel cortile l’essenziale:
lui chitarra e ampli, lei voce
nulla più, nemmeno la notte
perché era mattina.
“Costa bastardo Costa
Bastardo Costa bastardo
Costa bastardo Costa
Bastardo Costa bastardo”
E via così
per un testo di guerra studentesca
dritto al nocciolo senza fronzoli.

L’altr’anno vendeva scarpe vicino a San Luca
sigaretta e pacatezza costanti esistenziali,
poi le scarpe lasciarono il posto alle cicche elettroniche
e di nuovo svanì.

Dove sei uomo senza nome?
Dovessi riapparire ricorda:
non dirci mai il tuo nome altrimenti, come sai,
ogni magia
si frantumerà.